
A casa ho un adesivo che custodisco gelosamente e che recita “Death metal gives me a boner”. Ecco, questo è esattamente quello che mi è venuto in mente la prima volta che ho ascoltato In Death Throes, l’ultima fatica dei veterani Vomitory. I Nostri appartengono alla vecchia scuola del death metal, arrivano dalla Svezia, e sono in giro dal 1989 (a parte una pausa che si sono presi dal 2013 al 2018). Durante tutti questi anni, hanno pubblicato dieci album ed una manciata di EP. Il precedente All Heads Are Gonna Roll uscito nel 2023 mi era piaciuto molto ed è rimasto nello stereo per molto tempo (ed ogni tanto ci torna pure), e questo nuovo lavoro non è da meno. Ad essere onesti, i Vomitory non hanno mai sbagliato colpo, e tutte le loro uscite sono sempre state molto più che soddisfacenti e non hanno mai deluso, e ancora adesso, dopo quasi quarant’anni di carriera alle spalle e dieci dischi, continuano a non deludere.
Il bello di In Death Throes è che troviamo tutto quello che rende felice il metallaro che ascolta death metal, e lo fa incredibilmente bene e con una semplicità cristallina. L’album è infatti un concentrato di riff tritasassi presi direttamente dal thrash ma con la distorsione a mille, canzoni dirette che non si perdono in inutili virtuosismi, ma allo stesso tempo tecniche, suonate e scritte benissimo, e senza riempitivi. E questo è un altro punto a favore del disco: è un album che si ascolta con molto piacere anche grazie al minutaggio ridotto, che aiuta a non renderlo un mattone difficile da digerire. Ma se questo non vi basta, i Vomitory alzano il carico scrivendo brani che non annoiano grazie a cambi di tempo, sfuriate velocissime alternate a parti più cadenzate e malate, ed il vocione di Erik Rundqvist che non molla un secondo e che non ha niente da invidiare con altri ruttatori famosi come ad esempio il buon Glen Benton. Prendete ad esempio l’apripista “Rapture in Rupture”: in tre minuti portano via tutto, e non fanno prigionieri, ed il resto del disco non è da meno. Non ho infatti trovato una traccia che sia meno efficace o che perda un po’ della cazzimma di cui l’album è intriso, e mi viene in mente ad esempio la bellissima “Forever Scorned” o la successiva “Wrath Unbound”, che ci ricorda che la vita non è fatta solo di rutti e riff tritasassi, ma che ogni tanto un pelo di melodia aiuta contro il male di vivere. E se ancora non vi basta, ascoltate la slayerana “Cataclysmic Fleshfront”, con ha un finale particolarmente epico, oppure la successiva mattonata intitolata “Two and a Half Men”, che sembra il mix perfetto tra Obituary e Cannibal Corpse.
Noi amanti del death metal siamo persone semplici: ci piacciono dischi che asfaltano tutto, le copertine con la morte (cit.), i ruttatori seriali, e canzoni semplici e non troppo cervellotiche. I Vomitory questo lo sanno bene, e con la loro decima fatica hanno ancora una volta fatto centro. Disco bellissimo da ascoltare a volumi da denuncia.
(Metal Blade Records, 2026)
1. Rapture in Rupture
2. For Gore and Country
3. Forever Scorned
4. Wrath Unbound
5. In Death Throes
6. Cataclysmic Fleshfront
7. Two and a Half Men
8. Erased in Red
9. The Zombie War General
10. Oblivion Protocol


