
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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THE CYCLE di Jordan Downey (2026)
HOPE di Nah Hong-jin (2026)
CRYSTAL LAKE di Brad Caleb Kane (2026)

Se l’amministratore della pagina wiki della celebre saga di Capcom avesse scritto il film insieme a un bambino delle elementari in pieno picco glicemico da Skittles e Pepsi, il risultato sarebbe stato più o meno questo: una lettera d’amore ai leggendari videogiochi che tutti conosciamo, mescolata a una valanga di nostalgia anni ’90 e a una massiccia dose di intrattenimento rumoroso, fracassone, orgogliosamente scemo e senza alcuna vergogna per i personaggi, le mosse o i tormentoni originali. Le reazioni saranno sostanzialmente due: impuntarsi sui difetti -alcuni clamorosi- oppure lasciarsi trasportare da questa scoppiettante follia, dalle battute a mitraglia e dalle interpretazioni totalmente dedite al ruolo. A prescindere da cosa ne pensiate del film di Sakurai, avrete comunque ragione. Quindi metterò subito le cose in chiaro: io mi sono divertito un casino e per me è assolutamente perfetto così com’è, difetti compresi. Il piano doveva essere, almeno in parte, una correzione di rotta rispetto allo scult del 1994, che aveva rimescolato un po’ a casaccio il parco personaggi di Capcom in una trama d’azione piuttosto dozzinale incentrata sul colonnello Guile nel tentativo di sconfiggere il dispotico leader di Shadaloo, M. Bison. È difficile stabilire come dovrebbe essere un adattamento fedele di Street Fighter, dato che il focus dei giochi è un torneo quasi privo di trama con gente che sfascia automobili a suon di pugni, calci, mosse speciali assurde e cathphrase. Una cosa però è certa: i protagonisti devono essere Ryu e Ken. Erano gli unici due personaggi giocabili nel primissimo cabinato del 1987 e sono rimasti dei punti fermi in ogni singola iterazione successiva. E anche se ognuno aveva le proprie motivazioni per partecipare al World Fighting Tournament… siamo onesti, non fregavano a nessuno! Tutto ciò che chiedevamo era pestare i tasti del cabinato ed eseguire le mosse fighe! Ed è proprio questo che il film di Sakurai capisce molto bene. Sì, serve una trama, ma se quella trama è solo una scusa blanda per imbastire una serie di sequenze di combattimento (ottime le coreografie più fisiche e tecniche, meno quelle cariche di CGI che si rivelano più caotiche e meno d’impatto), e sketch comici, beh, OK! Il film dura due ore e non arriva nemmeno a una vera conclusione, limitandosi a lanciare il guanto di sfida per un futuro scontro tra Ryu e Bison. La maggior parte del torneo si svolge off-screen e, restando in tema di difetti, dovremmo probabilmente soffermarci un secondo su sceneggiatura e montaggio. La prima parte a livello narrativo funziona molto bene anche grazie alla splendida introduzione animata (pensavo queste sequenze sarebbero state poche, giusto qualche flashback, invece sono tante e tutte bellissime), la seconda perde un po’ lo slancio e la terza svacca completamente in una ammucchiata totale di personaggi e sottotrame. E il montaggio? C’è un momento in cui veniamo catapultati alla fine di una discussione tra Ken e Chun-Li, solo per infilarci quasi immediatamente un flashback all’inizio della discussione stessa: una scelta tanto inutile quanto disorientante. E non è l’unica. È facile parlare di ciò che non funziona in un film, specialmente quando i difetti sono così macroscopici. È più difficile spiegare perché questi difetti non contino, o perché non superino la quantità di affetto che il resto della pellicola riesce a generare. La durata generosa non pesa mai perché c’è una frenesia travolgente in tutto ciò che accade, tanto che alla fine non sono riuscito nemmeno ad arrabbiarmi per la mancanza di una vera conclusione. Non baratterei per nulla al mondo un singolo istante dell’assolutamente superfluo minutaggio di Eric André nei panni dell’annunciatore Don Sauvage, e direi lo stesso per quasi tutto il resto. C’è un tocco di leggerezza negli easter egg e nei riferimenti al franchise, perfettamente bilanciato per ricompensare i fan e passare del tutto inosservato agli occhi degli spettatori occasionali. Sakurai non si ferma mai a strizzare l’occhio al pubblico, e questo dimostra un livello di sicurezza e, oserei dire, di autocontrollo che spesso manca in questo tipo di adattamenti. Vediamo tutti i nostri personaggi preferiti eseguire le loro mosse più famose, ma la cosa viene trattata come se fosse una parte normale di quel mondo, non come uno spettacolo da rallentare per assicurarsi che tutti lo riconoscano. E poi Dastmalchian, che omaggia il ricordo di Raul Julia senza farsi oscurare, sfoderando anche un perfetto “for me, it was Tuesday” mi ha comprato definitivamente. Nota di merito anche per un Cody Rhodes/Guile che così divertito e divertente non si era mai visto. Peccato compaia col contagocce (grazie eh Sakurai per lo scontro con Vega off-screen). Nulla di tutto questo però funzionerebbe, ovviamente, senza i giusti Ryu e Ken, e degli attori che riescano a muoversi perfettamente su quella sottile linea tra il serio e il faceto. Non avevo alcuna aspettativa su Noah Centineo, ma è contagioso nei panni del perfetto chad spaccone anni ’90. Rende naturale persino l’immancabile marsupio, ma sa anche trasmettere il dolore e la gelosia del personaggio nei brevi momenti in cui è concesso spazio a una reale emozione (di solito prima che una battuta intervenga a gamba tesa per far voltare pagina). D’altra parte, sapevo che Andrew Koji sarebbe stato perfetto, e se non sapete cosa intendo, fatevi un favore e andate a guardarvi tutte e tre le stagioni di Warrior. Oltre alle sue evidenti doti nelle arti marziali, sa essere stoico, serio, e sa anche essere stoico e serio nel modo più divertente possibile. Non è facile interpretare la spalla seria facendo in modo che sia complice della battuta anziché il bersaglio della stessa, ma proprio come ogni schivata e pugno che sferra, Koji lo fa in modo impeccabile. Continuo a citare la sicurezza che Street Fighter trasuda, ma è davvero la formula segreta che fa funzionare ogni singola parte del film. Non cerca di prendere un gioco arcade e trattarlo come se fosse un mito fondativo della nostra cultura, e non si accontenta nemmeno di una valanga di riferimenti a buon mercato. Si impegna anima e corpo a prendere qualcosa della nostra infanzia che era divertente, cercando un modo per tradurre quel divertimento sul grande schermo e per ogni fascia demografica. Non posso spiegare ogni singola scelta fatta lungo il percorso, ma non ho nulla da eccepire sui risultati. Street Fighter è uno spacco, e tanto basta.
recensione di Emiliano Zambon

WHALEFALL di Brian Duffield (2026)
A meno che non si consideri la Bibbia, non esistono casi documentati di persone inghiottite da una balena, e men che meno sopravvissute. Il film di Brian Duffield, basato sul romanzo del co-sceneggiatore Daniel Kraus, intreccia il racconto immaginario di come potrebbe apparire – e soprattutto di cosa si potrebbe provare durante – un simile incontro, vissuto attraverso gli occhi di Jay, un giovane subacqueo (Austin Abrams nel capitolo conclusivo di quella che si potrebbe definire, insieme a Weapons e Resident Evil, la trilogia di Austin Abrams nei panni di quello che passa la giornata più merdosa della sua vita). Il ragazzo è in mare alla ricerca dei resti del padre morto suicida e, con essi, di una sorta di elaborazione dei propri traumi irrisolti. A differenza del Giona biblico, che sopravvisse per tre giorni e tre notti, al nostro resta solo un’ora circa di ossigeno nella bombola. All’inizio, il continuo passaggio tra l’azione e i flashback emozionali risulta un po’ frammentario e fastidioso. Tuttavia, non passa molto prima che la tensione della situazione e lo sfondo melodrammatico inizino a mescolarsi e a fondersi. Il ragazzo perde e riprende continuamente conoscenza, permettendo al film di riempire i vuoti con ricordi sempre più intensi del tempo trascorso con il padre e del loro rapporto difficile e imperfetto. Più li vediamo interagire nel passato, più questa struttura narrativa si fa convincente, conferendo un senso metaforico potente alle riprese ravvicinate e intime dentro gli inquietanti confini organici del colossale cetaceo. È un film potenzialmente respingente, a tratti rivoltante e grottesco, ma i passaggi viscerali più insidiosi sono tutti al servizio dei contorni emotivi della storia, e servono a consolidare quanto sarà faticoso il percorso di rinascita. Nonostante il film sia una sorta di scatola cinese del body horror – Jay subisce gravi menomazioni fisiche, ma ne infligge anche, dopotutto l’ambiente in cui si trova è un essere vivente – si fa carico di rischi audaci con metafore emotive evidenti, senza scadere mai nell’affettato o nello stucchevole, riuscendo a fare centro. Il regista trova modi visivamente intriganti per dipingere la difficile situazione della balena, una creatura anch’essa alla mercé della natura, che diventa gradualmente il simbolo della morsa emotiva che il padre esercita sul figlio dall’aldilà. E in tutto questo la performance di Abrams non ha un briciolo di quello che si potrebbe definire il classico protagonista tradizionale – urla, piange e, con l’erogatore della bombola in bocca, a un certo punto sembra persino ragliare – ma questa mancanza di mascolinità cinematografica tradizionale si sposa perfettamente con i temi della pellicola, ritagliandosi uno spazio abbastanza unico come interprete che non ha paura di apparire ridicolo pur di mostrare apertamente le proprie emozioni. Il padre era un “uomo d’altri tempi”, un genitore burbero che cerca di preparare il figlio al mondo attraverso l’amore duro, anche a costo di ferirlo. La storia parla proprio di come sfuggire a questa ombra per tornare in superficie. In definitiva, lo sforzo di Jay di sviscerare le proprie emozioni per trovare sia un legame con il padre sia una via di fuga attraverso i suoi molti insegnamenti è ciò che alimenta il travolgente e commovente atto finale. Il risultato è un’opera toccante e tesissima, frutto di una maestria ingegnosa e divertita, dove la scenografia stessa è un essere vivente che assume gradualmente una presenza allegorica, garantendo che l’atto della sopravvivenza non sia solo una questione pratica, ma di profonda catarsi.
recensione di Emiliano Zambon
CLAYFACE di James Watkins (2026)
Sono andato a vedere Clayface aspettandomi l’ennesimo disastro di gestione di un franchise da parte di Warner Bros, in linea con spazzatura come l’inguardabile Black Adam e Blue Beetle, mandando nel frattempo al macero film che la gente voleva davvero vedere -come Batgirl e Coyote vs. Acme- solo per ottenere degli sgravi fiscali. Avevo quindi la sensazione che questo film su un cattivo meno conosciuto di Batman fosse in realtà solo un bieco sotterfugio per mantenere certi diritti d’autore. Un po’ come fa Sony con quegli atroci film sui nemici di Spider-Man senza Spider-Man, tipo Morbius e Kraven, al solo scopo di intascare una fetta più grande dai film con Tom Holland. Invece, sorprendentemente, Clayface si è rivelato un buon film. Un film vero, non un semplice esercizio di riciclaggio di asset intellettuali e finanziari. Il tema della perdita dell’identità e del volto è sempre stato un elemento potente al cinema. Chi sei se non hai più la tua faccia? Chi vede la gente quando non vede il tuo viso? Clayface prende questo tema e lo inserisce in una rivisitazione body horror del classico revenge movie di stampo gangster, come una variazione sul tema di Darkman diretta però da Cronenberg figlio (il padre ai sui tempi avrebbe fatto molto meglio). Un’esuberante e godibile cattiveria traspira da ogni angolo del film su questo povero fesso che ha perso la faccia e si ritrova a guardare le maschere cadere da tutte le persone che lo circondano, proprio mentre perde il controllo di quella che nasconde le sue stesse tendenze oscure, alla Jekyll e Hyde. Il ragazzo cambia forma, certo, ma più che altro la sta perdendo -sia fisicamente che mentalmente. Le sembianze che assume riflettono la crudeltà della società che lo circonda, e questa è la vera tragedia. Un plauso anche al team creativo. Mike Flanagan firma la sceneggiatura insieme a Hossein Amini, lo sceneggiatore di Drive, ispirandosi a Feat of Clay, il doppio episodio di Batman: La serie animata in cui debutta Clayface. Il regista di The Woman in Black, James Watkins, orchestra questa storia in modo piuttosto efficace, riuscendo anche a infilare un paio di sequenze francamente memorabili e degli effetti speciali deliziosamente grotteschi. Altrettanto non si può dire di una certa pigrizia visiva che non trova di meglio se non affogare Gotham in un filtro arancione, imbottendo quasi ogni fotogramma di lens flare, ma è un neo che sono disposto a sorvolare. Non serve essere esperti della mitologia di Batman per godersi Clayface. Il Cavaliere Oscuro non viene mai menzionato e, nonostante alcune scene ambientate nel commissariato di Gotham, non si fa alcun accenno al commissario Gordon. Clayface è un film tratto da un fumetto ma privo di quegli eccessi da centinaia di milioni di dollari che ne definiscono tanti altri. Ha un’atmosfera da B-movie, da cinema drive-in che non si limita a mettere in scena le derive antisociali del suo protagonista, ma sembra esso stesso un atto antisociale. Le mie preoccupazioni erano del tutto infondate. Questa non è mera gestione di un brand. Il film è troppo allineato alle logiche del genere e troppo distante dalle logiche a cui i blockbuster ci hanno abituato, troppo sincero nella sua brutalità. Io mi sono divertito.
recensione di Emiliano Zambon


