
Sono passati quasi dieci anni dall’ultima apparizione dei Cnoc An Tursa, band scozzese dedita a un black metal dalle forti tinte folk e dall’identità profondamente ancorata alle Highlands e alla mitologia che una terra affascinante e aspra come la Scozia si porta dietro. Un’assenza lunga, che aveva lasciato il progetto sospeso in una sorta di limbo, ma che oggi trova finalmente compimento in questo terzo capitolo discografico capace di riportarci al cuore della loro poetica.
A Cry for the Slain ci conduce nuovamente all’interno della tradizione culturale e spirituale scozzese, tra scogliere a picco sul mare, terre battute dal vento e presenze ancestrali che sembrano vegliare silenziosamente sul destino degli uomini. Musicalmente, il disco conferma e raffina la cifra stilistica della band: un black metal epico e melodico, sostenuto da chitarre centrali e da innesti folk sempre presenti ma mai invadenti, che privilegia l’atmosfera e il respiro narrativo rispetto all’aggressione immediata. A dire la verità, a nostro avviso il confine con il melodic death è spesso labile ma questo, piuttosto che creare incertezza e confusione nella proposta, delinea i contorni di un suono a conti fatti ricercato e personale. Lasciamo da parte l’aspetto musicale, sul quale torniamo in coda alla recensione, per soffermarci sull’aspetto tematico/concettuale alla base dell’album: un racconto della Scozia che procede attraverso una galleria di presenze folkloriche (abbiamo gli Uomini Blu del Minch, spiriti del mare; la Caoineag, strega annunciatrice della morte e voce del dolore collettivo; la Cailleach, dea primordiale della terra e dell’inverno; la Baobhan Sith, fata vampirica seducente quanto pericolosa; il Grande Uomo Grigio, spirito delle montagne), riferimenti alla tradizione letteraria scozzese (“Address to the Devil” è un tributo all’opera di Robert Burns, poeta nazionale scozzese, che rivisita il Diavolo come una figura più morale che demoniaca) e racconti dei luoghi simbolo del paese (“The Nine Maidens of Dundee” fa riferimento all’omonimo cerchio di pietre pre‑cristiano in cui ciascuno dei nove monoliti, secondo la tradizione, rappresenterebbe una fanciulla pietrificata come punizione per aver danzato nel giorno del Signore). E infine abbiamo la stupenda “Alba In My Heart”, una delle più sentite dichiarazioni d’amore alla terra natìa che abbiamo avuto modo di apprezzare nel metal, che citiamo per il contenuto, per la maestosità della composizione che, dopo quattro minuti, cambia registro e diventa unicamente strumentale e, infine, per la struggente bellezza del video. Questo approccio è significativo perché separa nettamente la band da certa retorica epica o guerresca tipica del folk metal, per abbracciare una visione folk dalla sensibilità più delicata e lontanamente malinconica. Come anticipato, torniamo ora all’aspetto musicale, che vede un black metal il cui peso varia sensibilmente da brano a brano. Il metallo nero si riconosce inequivocabilmente nelle tracce “The Caoineag” e “Address to the Devil”, probabilmente i pezzi più black del lotto, e nel riffing di “Cailleach and The Guardians of The Seven Stones”, ma risulta estremamente diluito e a tratti quasi assente nella restante parte del disco. Al suo posto subentrano innesti di stampo melodic death metal, soprattutto nella sua declinazione più solenne e narrativa, oltre che una solida anima heavy metal, percepibile nella centralità delle chitarre e nell’impostazione di alcuni passaggi dal respiro epico e quasi classico, ben lontani dall’isteria black. Non si tratta di un cambio di linguaggio, ma di un ampliamento espressivo: melodie portanti, senso del riff e strutture leggibili contribuiscono a rafforzare il carattere elegiaco dell’album, conferendogli peso, dignità e solennità. Se parliamo di black scozzese a tinte folk, sorge spontaneo il paragone con i Saor ma, se questi ultimi tendono a incarnare la Scozia come paesaggio emotivo e contemplativo, i Cnoc An Tursa ne restituiscono un’immagine più concreta, popolata da figure folkloriche, spiriti e memorie spezzate. A Cry for the Slain, piuttosto che con loro, si colloca in una linea che guarda ai Primordial per peso narrativo ed elegia storica, innestando su una base black metal epica un forte senso del riff heavy e una componente melodica che rafforza la fruibilità del racconto ma non sfocia mai, per fortuna, in quella mera celebrazione enfatica in cui è facile cadere.
Dopo quasi dieci anni di assenza, i Cnoc An Tursa tornano con un prodotto che è un omaggio alla storia e alla cultura popolare di una terra affascinante e misteriosa sulle note di un folk black metal presente ma mai invasivo, su cui si innesta una componente melodic death ed heavy perfettamente amalgamata e bilanciata. Un disco emozionante, che prende le distanze dall’epica guerresca del folk metal tradizionale per abbracciare una dimensione più intimistica e risulta, ad oggi, il più grande lavoro della band scozzese. Bentornati.
(Apocalyptic Witchcraft Recordings, 2026)
1. Na Fir Ghorma
2. The Caoineag
3. Cailleach and The Guardians of The Seven Stones
4. Baobhan Sith
5. Am Fear Liath Mòr
6. Alba In My Heart
7. Address to the Devil
8. The Nine Maidens of Dundee


