
Sceaduhelm rinnova il legame tra i Crippled Black Phoenix e la Season of Mist, sublimando una liaison che non sembra mostrare alcun cenno di cedimento. E che, anzi, proprio grazie ad un album come questo, che risuona immediatamente atipico, se confrontato con i grandi classici del (loro) passato, rafforza questo loro legame. Siamo alle prese con un disco dotato di grande intensità sotto il punto di vista strettamente emotivo, che riaccende quel fuoco che si era apparentemente assopito, e che si nutre della voglia di guardare con decisione all’interiorizzazione di tutti quei sentimenti che consideriamo essenziali nel momento in cui scegliamo di restare vivi in un mondo di morti che camminano. L’album arriva nel momento in cui si è appena aperta la terza decade nella carriera della band di Bristol, permettendoci di guardare al futuro con la certezza di essere ancora alle prese con una realtà proiettata in una fase di ascesa, che non ha mai smesso di inseguire il proprio credo, costruito intorno all’idea di voler dare voce, e lustro, agli emarginati, agli esclusi, e ai reietti, ma senza guardare agli eventi con una speranza di natura cristianocattolica. I Crippled Black Phoenix non offrono soluzioni ai problemi, non è loro intenzione. Si limitano ad evidenziarli, e a portarli alla luce. Raccontano storie, che dovremo poi essere noi, ad analizzare, e a fare nostre per davvero, una volta spento lo stereo.
Sceaduhelm, da un punto di vista strettamente concettuale, si orienta verso l’analisi della mente umana, e del suo rapporto con il tempo che passa inesorabilmente, portando con sé tutte quelle dinamiche irrisolte che non possono non influenzare negativamente la nostra salute mentale, attraverso un processo che, pur se lento, finirà per portarci verso l’alienazione. Un album che quindi flirta decisamente con il nostro lato più depresso, quello che sposa una visione che prevede una catarsi necessaria, e non più rimandabile. Il tutto viene evidenziato dalla scelta di connotare il sound con un carattere solenne, autoesaltato da tutta una serie di crescendo che, senza sfociare in isterismi cacofonici, vanno a sublimare il carattere monolitico di un lavoro che necessita di grande attenzione in fase di ascolto. Se guardiamo all’album da un punto di vista sonoro invece, non possiamo che condividere l’idea che si tratti di un disco decisamente austero, a suo modo rigoroso e oscuro, ma soprattutto dotato di grandissimo fascino. Un disco che sa essere intransigente, ma al tempo stesso lineare e gradevole. Un album multiforme, e pluristratificato, in grado di andare ad accontentare tutti coloro che si nutrono di differenze, distanze e contrasti. Sceaduhelm porta quindi in dote tutto il campionario della band inglese, e ce lo ripropone con una versione a tre voci, che lo colloca in una nuova fase della loro ricerca, in cui viene a crearsi un legame tra bellezza e profondità in grado di sancire, ancora una volta, la grande libertà mentale, e quindi creativa, di una band eclettica che forse ancora non abbiamo valorizzato come meriterebbe. Crediamo infatti che il momento in cui davvero realizzeremo la portata dei Crippled Black Phoenix sia ancora lontano dall’arrivare. Un domani ancora impossibile da datare ci renderemo davvero conto di aver avuto a che fare con una band epocale schiacciata da un surplus di offerta musicale che ha finito per soffocarla.
Stando a quanto rivela la stessa band, Sceaduhelm (pronunciato “Shadow Helm”) è una parola ripresa dall’inglese antico, scovata all’interno del Beowulf, il più antico e celebre poema epico/gotico della letteratura anglosassone dell’ottavo secolo. Il termine ha duplice applicazione che deriva dal fatto che può essere interpretato sia come “mondo avvolto dall’oscurità” che come “maschera protettiva”. Se due sono le interpretazioni del lemma, altrettante sono le nostre certezze. La prima è che non siamo alle prese con il top di gamma nella discografia dei Crippled Black Phoenix. La seconda è che si tratta di un disco che porta chiaramente tutti i segni distintivi, e caratteristici della band inglese. E che, quindi, indirettamente ci riporta alla prima. Provando ad analizzarle insieme non facciamo fatica ad affermare che Sceaduhelm è sicuramente un ottimo disco, anche se non il migliore di sempre. E che tutta la sua magnificenza, che lo porta ad un livello alto ma non altissimo, arriva proprio in virtù del fatto che è immediatamente riconoscibile come un disco dei Crippled Black Phoenix. La sensazione che ci pervade è che manchi quel quid che possa farci innamorare, come in passato, al primo ascolto. Ma questa carenza di immediatezza è (forse) anche il suo punto di forza. Crediamo infatti che stia proprio nella ricchezza di sfumature il segreto di un album come questo, che ci cattura e ci trasporta all’interno di una sorta di rituale collocabile a metà tra allucinazione e realtà, in un gioco di specchi in cui non è facile capire dove stia esattamente quello che stiamo guardando, e quale sia la prospettiva corretta per metterlo a fuoco. Sceaduhelm si compone di circa sessantasei minuti di musica di qualità, che mostrano ancora una volta tutta l’intelligenza e la genialità di una band che non lascia nulla al caso, e che possiamo pensare davvero vicina all’idea di sperimentazione sonora nella sua accezione più pura. Ma il genio dei Crippled Black Phoenix non sta solo nella scelta dei suoni, delle armonie e delle dissonanze. Mettiamo infatti sullo stesso piano anche la componente grafica, che, ancora una volta, contribuisce ad alzare il livello qualitativo di una proposta concettualmente orientata ad una visione di insieme che, iconograficamente parlando, guarda al cinema espressionista tedesco degli anni Venti del secolo scorso, e al suo indiscusso valore, che lo colloca ancora oggi tra le avanguardie che meglio hanno sopportato lo scorrere del tempo. Parliamo di un movimento artistico (ancora oggi) impossibile da ignorare, e di cui è facile innamorarsi, non fosse altro che per quel suo carattere anarchico che andava a rompere lo status quo dell’arte del tempo, proponendo una rivoluzione del linguaggio. Restando su quest’ultimo tema, e guardando il tutto da un punto di vista strettamente storico, non possiamo non ritrovare delle affinità tra la drammatica testimonianza della realtà tedesca degli anni Venti, con la perdita dei valori, degli ideali, le contraddizioni politiche, la lotta di classe e, infine la discesa in guerra, e il mondo che stiamo vivendo adesso. Oggi come allora l’espressionismo (in questo caso dei Crippled Black Phoenix) ci porta a scontrarci con quello che ci circonda, e che ci opprime, vale a dire la società borghese, improntata ad una visione capitalistica legata all’esaltazione del mondo del lavoro, rispetto alla ricerca della bellezza. Se è il momento di ribellarci, allora facciamolo accompagnati dalla forza rivoluzionaria dei Crippled Black Phoenix.
(Season of Mist, 2026)
1. One Man Wall of Death
2. Ravenettes
3. Things Start Falling Apart
4. No Epitaph / The Precipice
5. The Void
6. Hollows End
7. Dropout
8. Vampire Grave
9. Colder and Colder
10. Under the Eye
11. Tired to the Bone
12. Beautiful Destroyer


