
La prima cosa che colpisce dei Dietrichs è che siamo alle prese con un duo composto da padre e figlia. Due musicisti che hanno scelto di celebrare il proprio legame sanguigno creando un progetto sonoro di altissimo spessore. Un’ensemble (crediamo) quasi unica nel suo genere. Così, a braccio, non crediamo di aver mai incontrato sulla nostra strada un qualcosa di simile. E comunque, se anche fosse (stato) qui si parla davvero di un livello di prim’ordine. Il mondo (incantato, anzi, disincantato) in cui abitano Don Dietrich (sax tenore) e Camille Dietrich (violoncello) è quello in cui il free jazz incontra il noise, in un connubio tanto intrigante quanto impossibile da classificare. Un tempo, negli anni della mia adolescenza, quando ancora non avevo scoperto la portata controculturale dell’arte antagonista, questa era considerata la “musica ribelle”. Il punk non era ancora arrivato a scuotere il torpore, e l’avanguardia jazzistica era vista come un qualcosa di estremamente di nicchia, ma in possesso di un potenziale realmente devastante. Sono passati (troppi) anni da allora, ma, in un certo senso, alcuni preconcetti esistono (e resistono) ancora. Il jazz più “ostico” continua ad essere confinato in quelle nicchie che si autoalimentano anziché aprirsi, ed è proprio per questo che recentemente su GotR scegliamo album che appartengono a questi contesti, non fosse altro che per sdoganare un altro, e diverso tipo di pensare la musica.
Live Bahdu è il terzo album per il duo con la Relative Pitch Records, dopo Catch the Leaves (2023) e No Bahdu (2025), e contiene una parte della loro esibizione dello scorso anno sul palco dell’Ear We Are Festival di Biel, manifestazione che si tiene nella regione del Seeland, una zona a cavallo tra la Svizzera germanofona e quella francofona. Ma è soprattutto un disco che stravolge la quiete delle nostre amene giornate, strappandoci dall’apatia. Un disco che ci contorce le viscere, ce le strappa e poi, ce le riconsegna, sotto altra forma. La forza dei Dietrichs sta nel riuscire a combinare la travolgente esuberanza di Camille, violoncellista classica, ma dall’approccio quasi selvaggio, e lo standard decisamente più classico del padre Dietrich, autore free jazz tra i più apprezzati nel vecchio continente. Dal loro incontro / scontro sul palco elvetico è uscito un album che può vantare un piglio assolutamente hardcore punk, improntato ad un approccio che guarda all’avanguardia più totale, in grado di spostare l’album dal contesto più prettamente jazzistico verso la musica sperimentale tout court. Due brani impressionanti, che trasudano molta più violenza e nichilismo di tante realtà punk moderne che, sposando perfettamente la società dei consumi e dello spettacolo odierna, risultano sostanzialmente sterili e inoffensive, ma soprattutto, controculturalmente nulle.
Quello dei Dietrichs è un approccio radicale che spinge all’estremo, come gli album grindcore di un tempo, quelli, per intenderci, che rifiutavano ogni tipo di compromesso, sonoro, etico ed estetico. Abbiamo infatti a che fare con musicisti tanto geniali quanto intelligenti, che hanno improntato il loro progetto sublimando un rapporto fisico di totale simbiosi con il proprio strumento, con cui riescono a portare il suono laddove pochi pensano sia possibile condurlo. Operazione realizzabile solo a condizione di essere in grado di liberare la mente dal concetto di musica che abbiamo fatto nostro finora. Facendo un accostamento cinematografico, i Dietrichs stravolgono i propri strumenti dando vita a qualcosa di nuovo, una sorta di strumento del futuro, come fossero all’interno di un film di Cronenberg preso a caso tra i tanti che ha dedicato alla mutazione corporea. Una mutazione qui che è quella degli strumenti, che rivelano la loro componente più aliena(nte).
(Relative Pitch Records, 2026)
1. Bahdu
2. Encore


