
A distanza di cinque anni dal debutto (Lichtvrees, uscito su Svart Records nel 2021) tornano gli olandesi Doodswens, creatura costruita intorno alla figura della batterista e cantante Inge van der Zon, in una formazione oggi allargata a trio, di cui lei è l’unica superstite del nucleo originario. È ancora la finlandese Svart a occuparsi dell’album, ed è ancora un delirante assalto quello che ci attende. Siamo ancora alle prese con un sound che pesca a piene mani dal passato più nobile, furioso, intransigente ed autarchico, del black metal di stampo nordico. Anche se emergono, talvolta, elementi dissonanti che possono far pensare ad un cambio di direzione, nell’insieme l’album è ascrivibile a grandi linee a quei dogmatismi che hanno reso grande un genere che oggi, forse, ha perso buona parte del suo appeal iniziale che aveva sommerso l’intero continente europeo, durante la sua prima devastante valanga sonora.
Quello dei Doodswens è un caos disarmonicamente orientato verso discrepanze furiose, talvolta affini a un approccio simil cacofonico, caratterizzato da un’inquietante susseguirsi di ritmiche incessanti e opprimenti, che donano all’album peculiarità che spingono verso atmosfere spettrali. Il tutto è pervaso da un senso di imminente catastrofe, che aleggia durante tutti e sette i brani che lo compongono, andandosi a esaltare maggiormente laddove il trio pare venir meno alla sua fede iconoclasta, per poi ripartire ancora con maggior violenza. L’importante è restare semplici e diretti, senza andare a sovraccaricare il suono con strutture supplementari inutili alla causa. Doodswens è un album nerissimo, costruito e calibrato su tonalità intransigenti, che si rifanno ad un’idea di base chiara, lontanissima dal voler scendere a compromessi. Se il trio continuerà a muoversi all’interno di queste dinamiche, siamo portati a pensare che per loro si possano aprire spiragli di gloria all’interno di un movimento che, anche se è lontano dalle mie preferenze assolute, ritengo meritevole di attenzione, proprio laddove si vogliono andare a mantenere i capisaldi del genere. Per cui ben vengano suoni sporchi, essenziali, brani spogli e grezzi. Se deve essere black metal che sia quello originale, e non una divagazione autoerotica che finisce per sfociare in uno sdoganamento in stile mainstream. Come detto, non sono mai stato un adoratore della fiamma nera, ma riconosco l’importanza di un movimento antropologico, estetico ed etico (al netto delle devianze filonaziste) che finché si è autoalimentato ha rappresentato un unicum a cui guardare con interesse e rispetto.
Un album che si identifica con un concept che ruota intorno al concetto di morte, intesa come opprimente canicola sotto cui vivere, non tanto quindi la morte fisica, vista come dipartita terrena, ma come morte della voglia di vivere, della speranza, del desiderio, del domani, una morte quindi, ancor peggiore perché destinata a protrarsi nel tempo. Chi li ha visti live racconta di una marcata componente cerimoniale e ritualistica, che però, purtroppo su disco resta inevasa. Noi che odiamo i concerti non saremo tra coloro che potranno dare un seguito a tali affermazioni. Se vi capitano a tiro, fateci un pensiero anche per noi.
(Svart Records, 2026)
1. Driven by Death
2. Verrot
3. The Black Flame
4. These Wounds Never Healed
5. She Carries the Curse
6. Devils Stone
7. Vlaamse Vloek


