
Da una parte i pianeti con il loro eterno vagabondare e dall’altra le stelle fisse, immobili e immutabili punti di riferimento nella volta celeste. Da Aristotele a Tommaso d’Aquino passando per l’Ottavo Cielo del Paradiso di dantesca memoria, l’astronomia ha coltivato per secoli la certezza (o l’illusione?) che almeno qualcosa, in questo nostro universo in continuo divenire e deperire, sfugga alle ferree leggi del mutamento, consentendo agli umani di poter godere di una finestra affacciata sull’Infinito. Sappiamo come il progresso scientifico abbia smentito ciò che la semplice osservazione sembrava suggerire, restituendoci un’immagine di perenne movimento che tutto coinvolge e travolge, dal più piccolo atomo ai buchi neri al centro delle galassie, ma l’immutabilità non ha perso l’antico fascino e resta un’aspirazione più o meno dichiarata per chi decida di sfidare il Tempo alla ricerca dell’immortalità.
Se è però vero che nessuna stella astronomicamente intesa può più fregiarsi del titolo di “fissa”, il discorso cambia in ambito musicale, dove è ancora possibile imbattersi in astri dalla luminosità abbagliante, costante e inalterabile, puntualmente verificata ad ogni nuova apparizione. E’ questo sicuramente il caso degli svedesi Draconian, da ormai quasi un quarto di secolo numi tutelari di quella scena gothic/doom che, dopo il grande affollamento a cavallo del cambio di millennio, ha visto progressivamente assottigliarsi la pattuglia dei moniker dediti al cimento e (ancor più) quella dei devoti della penombra malinconicamente crepuscolare. Incurante delle ricette che si tende generalmente a considerare vincenti per restare sulla breccia (rinfrescare l’offerta, assecondare il cambio di gusti e sensibilità, sperimentare nuove soluzioni…) il combo di Säffle ha sempre ostinatamente rivendicato le soluzioni sonore degli esordi, riuscendo nell’impresa di inchiodare puntualmente all’ascolto come se ci si trovasse sempre al cospetto di “opere prime” avvolte da un’aura magica e misteriosa. Grazie a questa incredibile dote innata, non solo i Draconian sono sempre sfuggiti al letale cliché the beauty and the beast che ha inchiodato tantissime band gothic a doppia ugola maschile/femminile, ma, soprattutto, ha consentito alla band di affrontare un passaggio potenzialmente traumatico come l’abbandono della vocalist dei primi cinque, magnifici full length, Lisa Johansson, trovando in Heike Langhans molto più di una banale sostituta. Così, dopo il peraltro già ottimo rodaggio di Sovran, la cantante sudafricana aveva dato il meglio di sé in Under a Godless Veil, valorizzando la componente eterea e cosmic di un timbro vocale geneticamente predisposto alle astrazioni. Ma ecco che, pochi mesi dopo la pubblicazione di quel lavoro, la band ha annunciato il ritorno in squadra della Johansson e, in questi quattro anni trascorsi dall’annuncio, curiosità e attesa spasmodica hanno tenuto banco nei dialoghi tra i fan perennemente a caccia della lieta novella di una release date. E, ancora una volta, a In Somnolent Ruin bastano pochissime note per chiarire che non solo la classe dei Nostri è fuori discussione ma anche che il loro serbatoio creativo trabocca di carburante pronto a regalare viaggi coi tratti dell’indimenticabilità. Anche stavolta, nessun colpo di scena, nessuna vera e propria sorpresa, nessun sentiero impervio battuto per simulare improbabili rivoluzioni artistiche, solo e semplicemente l’intreccio perfetto di gothic e doom, con qualche sottolineatura melodic death che azzardiamo a definire quasi fisiologica, sotto i cieli della scuola scandinava. Volendo a tutti i costi rilevare qualche minima traccia di discontinuità rispetto ai due predecessori “targati” Langhans, si nota sicuramente un incremento del tasso di drammatizzazione delle trame (del resto, Lisa è pur sempre la musa in nero di una “Death, Come Near me” o di “The Solitude”), ma il cuore pulsante dell’album rimangono le atmosfere sfumate e un senso di malinconia che si posa poeticamente su paesaggi che invitano all’abbandono. La verità è che i Draconian non celebrano eroismi titanici contro il Destino, non alzano grida di dolore per la comune umana sorte mortale e non invitano a guardare l’abisso negli occhi, ma, nel cogliere le fatiche e le sofferenze che ciascuno affronta in questo fugace transito terreno, ci ricordano che ci sono ancora anfratti da cui riesce a filtrare qualche forma di bellezza, magari poco appariscente ma proprio per questo più preziosa. Anche il controcanto di Anders Jacobsson, con il suo travolgente e maestoso scream/growl di grande impatto e profondità di campo, non si avventa mai sui brani per squarciarne le trame o rivendicare orrorifiche ascendenze infernali, ma si integra perfettamente nel quadro complessivo, dando dignità poetica a una “materia” solo apparentemente fredda e inanimata. Intorno al comparto vocale, il resto della line-up sfodera la consueta prova qualitativamente monumentale, partendo dal fedele scudiero della prima ora Johan Ericson alla sei corde solista, passando per un Daniel Arvidsson traslocato dalle sei alle quattro corde, per finire con i due nuovi, ottimi acquisti Niklas Nord alla chitarra solista e Daniel Johansson alle pelli. Nove tracce per poco meno di un’ora di durata complessiva, In Somnolent Ruin è un album che sconsiglia fruizioni parziali che interrompano il flusso narrativo e, soprattutto, quello delle emozioni, rendendo altrettanto inopportuni eventuali tentativi di sezionarlo alla ricerca di dettagli, particolari, momenti migliori (per inciso, i nostri due cents alla voce best of del lotto vanno al momento sulla straordinaria “Misanthrope River”) ed eventuali difetti; il suggerimento che ci sentiamo umilmente di offrire è quello di immergersi completamente in un ascolto che ha il dono di non essere mai uguale a se stesso e che tutt’altro che a caso si chiude con una traccia intitolata “Lethe”.
Luci sfocate, ombre, nebbie, respiri e sospiri di figure in dissolvenza che appaiono e scompaiono su un non palco ma anche solide e imponenti strutture che ci ricordano i confini fisici delle nostre esistenze, In Somnolent Ruin è molto più del semplice ritorno di una band che ha scritto pagine fondamentali nella storia di un genere, è la prova che chi nasce fuoriclasse non può morire mestierante. Passano gli anni e molto è cambiato nei metal cieli, ma chi guarda nello spicchio gothic/doom la troverà come sempre immutata, fedele a se stessa e luminosissima, la stella Draconian.
(Napalm Records, 2026)
1. I Welcome Thy Arrow
2. The Monochrome Blade
3. Anima (feat. Daniel Änghede)
4. The Face of God
5. I Gave You Wings
6. Asteria Beneath the Tranquil Sea
7. Cold Heavens
8. Misanthrope River
9. Lethe


