
Parlare dei Dysmorfic è tutt’altro che semplice. La band mantovana, dopo un inizio sul finire degli anni Novanta decisamente ancorato ai dettami del grindcore più classico, ha infatti virato la propria musica verso sonorità estreme ma al contempo avanguardistiche, evolvendo la proposta verso quello che può essere definito come grindcore sperimentale o, per gli amanti delle etichette, avant-grind. A partire dal 2014, quello che era nato come un trio si è consolidato come stabile duo con i fondatori Buccia (batteria) e Thomas (basso) che, negli anni, hanno perseverato in un’attività di destrutturazione e contaminazione del grindcore tradizionale, arrivando a plasmare un suono del tutto personale. Quello che presentiamo oggi, To The Usual Atomic Rhetoric, Vol.1, realizzato in collaborazione con +DOG+, altro non è che l’ultimo tassello di un percorso sperimentale, intrinsecamente coerente e attraversato da un’anima DIY riconoscibile come poche. Vediamo com’è andata.
Nonostante il percorso di decostruzione e contaminazione del grind sia iniziato tempo addietro, il vero punto di contatto con To The Usual Atomic Rhetoric, Vol.1 lo troviamo nel 2022 con l’uscita di Movements e ancor di più nel 2024 con lo split album FinInfest in combo con i Glauco e, infine, con To Defy The Laws Of Grindcore, realizzato con la collaborazione di Cristiano Roversi alle tastiere e alla produzione. Da una parte è con i Glauco, trio jazzcore con membri sparsi tra Emilia-Romagna e Lazio, che l’imprevedibilità, guarda caso di stampo jazzistico, diviene un nuovo marchio di fabbrica dei Dysmorfic; dall’altra è con Roversi che i Nostri fanno una dichiarazione d’amore all’alternative/progressive e alle contaminazioni che questo si porta dietro, oltre che una dichiarazione d’intenti nel voler elevare la qualità generale di produzione, mix e mastering (Roversi annovera tra le sue collaborazioni più prestigiose nientemeno che John Wetton dei King Crimson e Anthony Phillips dei Genesis). Il duo sceglie poi, per questo nuovo lavoro, di affidarsi a Stefano Riccò, ingegnere del suono che vanta collaborazioni tra pesi massimi dell’industria musicale italiana, anche ben distanti dal circuito “estremo”. È questo uno dei punti più interessanti della proposta dei Dysmorfic: un’apertura mentale rara e atipica in un micro-universo che vive (troppo?) spesso di autoreferenzialità, di avversione verso tutto ciò che è altro da sé stesso, sia dal punto di vista della musica suonata che da quello della musica come professione. Questo abbattimento dei cliché non avviene, tra l’altro, con intento bellicoso, ma con la spensieratezza di chi, stanco di una proposta sempre uguale a sé stessa, decide di plasmarla, ridefinirla, ampliarla, ma senza mai pugnalarla alle spalle. Il disco rifiuta la forma-canzone (che nel grindcore classico, pur caratterizzato da canzoni brevissime, esiste nella forma dell’introduzione-esplosione-stop) per abbracciare un approccio che vede il brano come mero evento sonoro, che nasce e muore al momento dell’esecuzione. Il basso di Thomas non accompagna, ma emerge come guida ed elemento cardine delle composizioni, i riff sono accennati e mai ripresi, la materia sonora è isolata e senza ritorno. È in questo contesto che si apre la strada per parlare dell’apporto di +DOG+, artista sperimentale di Boston e alter ego del titolare dell’etichetta Love Earth Music, con cui To The Usual Atomic Rhetoric, Vol.1 viene pubblicato. +DOG+ è attivo nell’ambito dell’elettronica più radicale e dell’ambient-noise e con i Dysmorfic tutto ciò calza a pennello se pensiamo a quella cultura del suono come interferenza e disturbo di stampo inequivocabilmente grind. Quello dell’artista in discorso è però un apporto che spinge i Dysmorfic ancora più lontano dal grindcore come genere e lo avvicina a un’installazione sonora violenta e ancor più disorganica, transitoria, instabile. Il punto di arrivo, del tutto incerto e forse inesistente, è quello di un meta-grindcore, che riflette su sé stesso, che per diletto si prende a coltellate e al contempo si cura le ferite. Mica poco.
Come accennato in apertura, parlare dei Dysmorfic non è facile. Parlare di To The Usual Atomic Rhetoric, Vol.1 è pure più complesso. Un disco brevissimo eppure saturo di concetti e di sperimentazione, che trova nell’assenza – di struttura, di organicità, di forma – il suo maggior pregio. Un costante rifiuto delle convenzioni, una dichiarazione di libertà compositiva e al contempo di amore per la musica estrema e per l’“estremo” in generale. In definitiva un’opera che, pur destinata a dividere, merita il nostro più assoluto riconoscimento per il solo fatto di esistere.
(Love Earth Music, 2026)
1. Comfort Zone
2. Braindead Yet Uninterested
3. Footsteps
4. Unheard Voices
5. Who’s Watching The Watchers?


