
La stragrande maggioranza di chi legge abitualmente Grind on the Road conosce perfettamente la biografia di Gianluca Becuzzi. Inutile oltre che probabilmente pleonastico quindi aprire con un excursus sui suoi progetti recenti e passati. Andiamo subito al dunque. Anche perché abbiamo veramente molto di cui parlare. American Requiem è il suo ultimo album, pubblicato sul finire dello scorso anno, ancora una volta insieme ai ragazzi di St.An.Da/Silentes. Si tratta del quinto disco che Becuzzi pubblica con loro, in un percorso che li vede andare a ricercare tutti quegli elementi che considerano fondanti nella relazione tra il sacro e la materia. Anche con questo suo ennesimo interessantissimo lavoro, Becuzzi prosegue sulla falsa riga a cui ci ha abituato negli ultimi anni, con la chitarra che rappresenta sempre il fulcro intorno a cui costruire, di volta in volta, l’architettura dell’album, che, in questo caso, si caratterizza per tutta una serie di richiami (sia sonori che concettuali) tesi a riportarci a ritroso nel tempo, fino a quel mondo rurale statunitense del secolo scorso, in cui (in maniera ancor più decisa e fragorosa di oggi) a scrivere la storia quotidiana erano valori che ruotavano intorno alle ingerenze della religione, alle discriminazioni razziali, e a tutte quelle credenze popolari che per un periodo lunghissimo hanno rappresentato il triste e amaro biglietto da visita degli Stati del centro e del sud dell’unione, dove il “diverso” era visto esclusivamente come un nemico.
American Requiem va a flirtare, da un punto di vista sonoro, con quella zona grigia che ci piace pensare a cavallo tra dark ambient e drone, caratterizzata da una rilettura della musica tradizionale statunitense obbligatoriamente ricontestualizzata con un approccio contemporaneo, attraverso un filtro chitarristico che cerca di sublimare il vuoto e il silenzio che invadono il nostro spazio vitale. Un disco che si sposta in continuazione tra le due anime, evocativa ed epica, di cui si compone, esaltato nell’espressività anche dalla gradita sorpresa della presenza di Nero Kane, altro interprete di spicco del sound contemporaneo italiano che guarda alla sacralità del suono senza sacrificare la qualità. Un album maestoso anche a livello di durata, con il formato a doppio CD che impegna la nostra attenzione per quasi cento minuti. Non facciamoci però frenare l’entusiasmo dal tempo. Il disco ha la capacità di farci assorbire la sua durata in modo quasi indolore. Basta solo decidere di eliminare ogni altra distrazione e dedicarci esclusivamente a quello per un paio d’ore. Due dischi in cui pare abbastanza netta la contrapposizione. Una prima parte fortemente caratterizzata dalla forza espressiva di un cantato gospel fortemente oscuro, tetro, dolorosamente toccante, dall’imprinting sacro, che su un muro di droni ripete i propri mantra ossessivi. E una seconda più sperimentale, di ricerca, in cui la chitarra dimostra tutto il proprio potenziale, viaggiando libera nell’etere. Concettualmente American Requiem è quindi da considerarsi come un album fortemente malinconico, molto più cupo di come la copertina potrebbe (giustamente) indurci a pensare, che ci catapulta in un deserto indefinito, in cui il nostro respiro scandisce il tempo che pare immobilizzato. Ma non è la stasi la cifra stilistica del disco. Anzi, si è spesso indotti a liberare il pensiero, lasciandolo fluttuare attraverso una sorta di viaggio nel sud della confederazione, scortati da fantasmi che continuano a palesarsi, ogni notte. Il nostro è infatti un viaggio in cerca di quegli sciamani che possano portarci alla salvifica guarigione. Perché, alla fine del disco, il pensiero che ci assale, e che rischia di diventare certezza, è quello che non sia il Sogno Americano ad essere giunto al capolinea, ma siamo noi stessi ad essere più che mai vicini al tracollo definitivo.
American Requiem è un album in cui sembra non sorgere mai la luce del giorno, caratterizzato da un peregrinare nel buio più avvolgente, in compagnia delle anime della notte. Se guardiamo oggi agli USA non possiamo che vederli come una terra disfunzionale a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, di cui un disco come questo rappresenta la perfetta colonna sonora. Se gli statunitensi hanno sostituito il Dio a cui hanno dedicato le banconote con quello capitalista, e con quello conquistato il mondo intero, allora, possiamo forse sentirci meno colpevoli, e in grado di allargare il concetto di requiem che avevamo fatto nostro, a tutta quell’area che solitamente facciamo coincidere con il termine di “Occidente”. In estrema sintesi, il sound del Southern Gothic letterario.
(St.An.Da/Silentes, 2025)
1. Oh Death Part I
2. Rising And Falling
3. The Time Is Over
4. Oh Death Part II
5. U.S. Ghosts Part I
6. Rethoric And Fear Of God
7. Desert Widows
8. U.S. Ghosts Part II


