
Il lettore con una memoria allenata probabilmente non esprimerà sorpresa, al contrario potrebbe avere un senso di déjà vu. Perché Hopeless è un album che già era stato preso in esame quì. E allora perché lo ritroviamo? Perché al tempo della prima uscita di questo lavoro Isolated System era una band, con membri e tutto quello che ne consegue, anche se in fin dei conti è sempre stato frutto della stessa persona. Questa stessa persona, Geraldine Samsåra, ha deciso di cestinare la vecchia versione del disco per realizzarla interamente daccapo. Quindi sì, siamo qui a trattare nuovamente di Hopeless, ma questo non significa che ci sia da prendere le cose per scontate.
Hopeless è un album che non nasce dal nulla ormai lo si sa, però, diciamo che sotto alcuni aspetti si redime dalla versione che uscì precedentemente. Perché se nel suo primo approccio esprimeva un carattere cupo, certo, tipicamente post-punk à la Joy Division, con la svogliatezza nichilista dello shoegaze dei My Bloody Valentine; una profondità, una tridimensionalità, cosa che non sono mai da prendere sotto gamba. Però tutta quella validità era eclissata in parte da una produzione che non vantava la migliore gamma di suoni. In questa sede le cose sono state fatte come si direbbe “un po’ a modino”. La resa sonora tende ad avere un’impostazione più costipata, la musica sembra contenuta in una bolla pronta ad esplodere, è tutto piuttosto ovattato e non si avvale di una brillantezza che forse, avrebbe anche tolto carattere all’opera. Il timbro più costipato dà valore allo spirito decadente dei testi. Ci sarebbe un neo perfettamente correggibile in lavori futuri, che si palesa in una pronuncia inglese assai migliorabile, ma siamo italiani e alla fin fine ci importa poco. Quello che ci importa è la musica e tutto sommato qua dentro di buona ne troviamo. È un disco rumoroso, che grida e grida. Fatto di accorgimenti e trovate atmosferiche che non deludono. Un buon primo capitolo ex-novo che può fare il piacere di amanti di certe sonorità a metà tra synth e raw.
Esiste un film che in tanti conoscono, ma in pochi hanno visto. Si chiama Il pasto nudo, un agglomerato di allucinazioni Cronenberghiane, che tenta di dare un senso logico (per quanto ci provi a farlo) al romanzo di William Seward Burroughs; ebbene, proprio a inizio film c’è uno scambio di battute che mi ha sempre colpito. Lo cito:
– Quello che tu chiami sacrilegio, è la coscienza; è sacrilegio il non scrivere il meglio possibile, il non voler riconsiderare da ogni singola angolazione il tutto, soppesarne ogni aspetto.
– Ah sì? E che mi dici del rischio di poter censurare i tuoi pensieri migliori? I tuoi più onesti, primitivi, reali pensieri… È a questo che porta il tuo laborioso riscrivere, Martin.
– Davvero riscrivere significa censurare, Bill? Se è così sono del tutto fottuto.
E qui si conclude il mio pensiero. Quello che volevo dire è che degli artisti possono voler fare tutto quello che vogliono, io non sono nessuno per mettermi a dir loro cosa devono fare con il proprio lavoro. Per come la vedo io, quel che è fatto è fatto. E sì, certo si può voler dimenticare il frutto di un lavoro precedente e rimpiazzarlo, come un cover-up tattoo, ma là sotto quello giace e non verrà mai del tutto eliminato. Personalmente sono dell’idea che Geraldine abbia fatto la cosa più giusta per sé stessa se questo le ha fatto piacere o le ha dato soddisfazione. Ma più di così io non mi sbilancio. Era un ottimo disco la prima versione ed è un altrettanto buon disco questa, anche se, personalmente la resa sonora di questo potrebbe restituire una gratificazione minore a chi lo ascolta per la seconda volta. Per tutti gli altri invece, sono minuti spesi bene.
(Autoproduzione, 2026)
1. Wish
2. Tide
3. Birthday
4. Human
5. Dying
6. Shoot
7. Loss Defeat


