
Ci sono quei dischi che non si limitano a farti ascoltare musica, ma ti costringono a entrarci dentro. Dischi che non scorrono: ti attraversano, ti scavano, ti rimangono addosso come un peso a cui è difficile dare un nome. Uragano, debutto degli Ivoire, appartiene esattamente a questa rara categoria. Non è solo un album, ma un’esperienza emotiva stratificata, un viaggio nelle crepe più profonde della coscienza, dove dolore e catarsi convivono in un equilibrio fragile e potentissimo. Nati a Bari e attivi dal 2021, gli Ivoire prendono forma come progetto personale di Nicolò Lenoci, sviluppatosi progressivamente fino a diventare una vera band attraverso l’incontro con altri musicisti della scena underground italiana. Il nucleo creativo del gruppo ruota attorno allo stesso Lenoci (chitarra e basso), affiancato dalla voce straziante di Antonio Caggese e, in questo primo lavoro, dalla batteria Giovanni Solazzo. Dopo la registrazione, la line-up ha subito qualche cambiamento, con l’ingresso di Sebastiano Liso alla chitarra, Francesco Bizzocca al basso e Cipo alla batteria, in sostituzione di Solazzo e arrivando così a definire la formazione con cui il disco verrà portato a spasso per la penisola.
Passando al contenuto musicale, gli Ivoire costruiscono un linguaggio personale che prende le fondamenta del post‑metal e le contamina con sludge e suggestioni black metal, ma ciò che colpisce davvero non è la miscela di generi, quanto il modo in cui viene usata: ogni suono, ogni crescendo, ogni momento di silenzio sembra avere un peso specifico, una funzione emotiva precisa. Il risultato è un disco cupo, denso, opprimente e profondamente espressivo, che affonda le proprie radici in riflessioni personali e tensioni interiori, trasformate lentamente in materia sonora densa e lacerante. Un esordio che suona già come un punto d’arrivo, tanto è definito nella sua visione, e che trova nella dimensione del contrasto — tra violenza e stasi, implosione e apertura — la propria cifra più autentica. La traccia di apertura, “Le Catene dell’Estro”, è subito programmatica: oltre dodici minuti strazianti caratterizzati da una costruzione lenta, ipnotica, che alterna rarefazione e improvvisi crolli sonori. I muri a cinque corde sono monoliti impossibili da scalare, le distorsioni sembrano saturare ogni spazio, la batteria che comprime la cassa toracica e spinge con forza inesorabile. In questi momenti il suono diventa quasi fisico, pesante, soffocante, una materializzazione diretta della tensione interiore, del peso emotivo che il disco porta con sé. E poi entra la voce di Caggese, una coltellata aspra, distante, black nel timbro e nell’anima. Si prosegue con “Vetta”, primo singolo estratto e probabilmente traccia più accessibile dell’album. Qui la struttura è più leggibile, emergono chiaramente influenze post-metal di derivazione Amenra e Cult of Luna, ma senza quell’approccio liturgico/spirituale/ritualistico dei belgi o l’orizzonte aperto che caratterizza la produzione degli svedesi. Con gli Ivoire, anche nei momenti più ariosi si ha sempre la sensazione di trovarsi all’interno di uno spazio chiuso, angusto, inospitale. “Tempeste” prosegue sulla falsariga della precedente, con un’attenzione maggiore all’aspetto melodico, rallentando e raggiungendo l’apice della pesantezza nella seconda parte della composizione. Siamo arrivati a “Chimera”, traccia semplicemente inarrivabile. Scomodiamo volentieri una parola che non usiamo spesso: capolavoro. Non è un caso che nel brano compaia Michael Anthony Foti, figura attiva nella scena post‑metal italiana con i Die Sünde, band che si muove su territori sonori ed emotivi non dissimili. Il suo contributo, tra voce e scrittura del testo, introduce una dimensione ancora più teatrale e disturbante, ampliando ulteriormente il raggio espressivo del brano. Si parte con uno spoken word criptico di tipo esistenzialista/cosmologico in primo piano, con una serie di urla laceranti in sottofondo. L’esplosione mediana arriva, colpisce e se ne va, lasciando nuovamente spazio a parole e arpeggi. Infine, un ulteriore cedimento, la caduta in un ennesimo baratro accompagnati da un cantato meno violento, più melodico, in cui un leitmotiv centrale e ripetitivo si innesta sulla disperazione delle urla sullo sfondo. È il brano in cui si perde definitivamente l’alternanza tra pieno e vuoto e si arriva alla coabitazione forzata e alla sovrapposizione di stati emotivi incompatibili. L’abbiamo vissuto come il punto di non ritorno, in cui il disco smette di cercare una possibile catarsi e si abbandona invece a una forma di inquietudine più pura, quasi inevitabile. Non è un caso che il brano successivo, che conclude l’opera, regali nella prima metà i momenti più violenti del lotto. “Sotto La Cenere”, anch’esso di chiara ispirazione Amenra, si distingue tuttavia per la prima volta per una maggiore centralità della componente vocale e si percepisce chiaramente uno spostamento di equilibrio: se nel resto del disco la voce tende a rimanere immersa nel tessuto sonoro, qui assume un ruolo decisamente più frontale e dominante. Non è più soltanto un grido che emerge dalla massa, ma si impone come vettore principale dell’espressione. La coda del brano e dell’album tutto è infine affidata al sassofono di Fabrizio Cioce nientemeno che dagli Zolfo, che rappresenta tutto meno che un semplice abbellimento. Dopo quarantacinque minuti di tensione compressa, dominati da una vocalità frontale e da un impatto sonoro maestoso e diretto, il sax entra come elemento di rottura, aprendo improvvisamente uno spazio nuovo, inatteso. È un residuo emotivo che, forse, ci ricorda che non tutto è perduto, che dalle macerie possiamo ricostruire. È uno svuotamento consapevole, una sorta di epilogo emotivo in cui non resta più nulla da esprimere se non una traccia, un’eco. Non è quindi un semplice finale “atmosferico”, ma una vera chiusura concettuale: il punto in cui la violenza si consuma e lascia spazio a una forma di quiete ambigua, forse mai davvero pacificata.
Se non fosse chiaro, parliamo di un album di un livello altissimo, uno dei migliori degli ultimi anni. Costruito interamente sul contrasto pieno-vuoto, non si limita a evocare i temi che dichiara — decadenza, conflitto interiore, tensione tra distruzione e catarsi — ma li traduce in forma sonora. Un disco che non racconta un conflitto, ma lo fa vivere nell’instabilità delle sue dinamiche, nella difficoltà di trovare una risoluzione, nella continua oscillazione tra crollo e apertura. Uragano è un’opera che rifiuta qualsiasi scorciatoia, che non cerca l’immediatezza ma pretende attenzione, immersione, disponibilità a lasciarsi travolgere, raggiungendo vette di intensità che pochi debutti riescono anche solo a sfiorare. Ci togliamo il cappello.
(Autoproduzione, 2026)
1. Le Catene dell’Estro
2. Vetta
3. Tempeste
4. Chimera
5. Sotto La Cenere


