
Quello di Warren Schoenbright è un nome che negli anni scorsi, in ambito underground, ha avuto notevole rilevanza. Nel decennio che si è aperto con Plateaus, EP di esordio nel 2014, e che si è concluso nel 2024, con l’album, Sunless, il sound del trio londinese si è modellato, strada facendo, indirizzandosi verso una ricerca sonora dai connotati decisamente industrial che guarda al noise come altro (e decisivo) elemento fondante del proprio suono. Da allora sono passati altri due anni e, oggi, prima parte del 2026 ritroviamo Alex Virji, Daniel McClennan e Seb Tull alle prese con il loro nuovo EP, Two Dances for the End of Days, uscito per la britannica Road To Masochist.
Il trio londinese è oggi padrone del proprio futuro. Ha raggiunto uno status che lo colloca tra i progetti a cui fare riferimento, e lo ha fatto grazie ad una struttura organizzativa (sonora e concettuale) forgiata intorno all’idea che sia proprio il mondo underground quello a cui guardare nel momento in cui si cerca la propria identità (definitiva). Un mondo in cui il loro approccio risulta perfettamente al centro del contesto. Un mondo – idealmente – costruito e individuato in un oscuro sottosuolo in cui proliferano, e sopravvivono, civiltà postindustriali meccaniche, in cui sono le macchine a dettare legge ai pochi umani rimasti. Un universo innaturale, e inumano, creato alla perfezione dai tre londinesi, in cui echeggiano suoni ripetitivi, ossessivi, alienanti e isterici. Un universo del tutto privo di speranza, dove la luce è solo un antico ricordo. Un universo sonoro nerissimo, che alimenta l’alienazione per un’esistenza condotta ai margini, in stanze prive di finestre, dove l’umidità ti corrode le ossa, e dove l’unica cosa che ci resta da fare è sperare di morire il prima possibile. Quella dei Warren Schoenbright è quindi un’autentica discesa negli inferi, in cui l’industrial e il noise si mescolano alla perfezione, attraverso un EP che corrode i sensi, e li distrugge da dentro, come in preda ad un delirio indotto da un agente patogeno che si diffonde per via sistemica andando ad intaccare prima di tutto il cervello.
Ripetitivo e ossessivo, Two Dances for the End of Days, oltre ad essere chiaramente ispirato ad un mondo post-industriale portato all’eccesso, in cui la società è collassata su se stessa, vittima della sua stessa voglia di andare oltre l’umano in una simbiosi con le macchine che ha segnato l’inizio della fine, sublima ed esalta l’orrore che siamo stati in grado di mettere in piedi, attraverso due brani che da un punto di vista sonoro sono la perfetta descrizione della nostra dissoluzione. Due brani che non necessitano di sovrastrutture per andare a segno, e che ricordano la ripetitività dei processi produttivi in ambito industriale, portandoci a riflettere ancora una volta sulla nostra scelta di privilegiare il capitale alle emozioni. Sono solo due brani ma sono sufficienti per farci capire che il futuro del trio britannico è indirizzato esattamente in quella direzione che il mondo sembra aver purtroppo intrapreso. Claustrofobico, ma seducente.
(Road To Masochist, 2026)
1. Pyrrhike
2. Bacchanalia


