
Gli Akem Manah sono sempre stati una presenza anomala all’interno del panorama doom metal europeo. Nati a Gand nel 2007, si erano fatti conoscere con The Testament of Sealant Mound del 2010 e con l’EP Beneath del 2012, due lavori nei quali il doom tradizionale conviveva già con suggestioni death, progressive e horror. Dopo una pausa avviatasi intorno al 2014, la band è rimasta silenziosa per oltre un decennio, ricomparendo soltanto nel 2023 grazie al ritorno di gran parte del nucleo originario. La rinascita del gruppo ha portato alla pubblicazione del singolo Dreich e infine a Threnodies, album che rappresenta il manifesto del nuovo corso della formazione belga. La line-up che ha realizzato il disco ruota attorno a RD, autore della maggior parte del materiale, e a XDS, responsabile di voce, tastiere, chitarre e di una parte fondamentale dell’impianto narrativo, affiancati da GVC e JT alle chitarre, con la partecipazione di Fabio Alessandrini (attualmente in forze presso i titani del thrash Annihilator) alla batteria e del violinista German Dmitriev.
Dopo dodici anni di assenza sarebbe stato lecito attendersi un disco di ritorno prudente, magari orientato a riallacciare i fili con il passato. Gli Akem Manah, invece, scelgono la strada opposta e pubblicano l’opera più ambiziosa della loro carriera. Threnodies è infatti concepito come una raccolta di dieci lamenti funebri che raccontano altrettante storie di uomini e donne precipitati nella follia, nella disperazione e nella morte dopo aver tentato di oltrepassare i limiti della conoscenza umana. Francis Cobb, Nathaniel Johnson, Eve Saldana, Edward Hope e gli altri protagonisti diventano così i tasselli di una più ampia riflessione sul rapporto tra verità e distruzione, in un immaginario profondamente debitore dell’orrore cosmico e della narrativa lovecraftiana. L’idea di fondo è indubbiamente affascinante e si inserisce perfettamente nell’evoluzione della band. Se nei primi lavori l’horror rappresentava soprattutto un elemento atmosferico, qui diventa il fulcro stesso della scrittura. Ogni brano funziona come un racconto autonomo e contemporaneamente come parte di una narrazione più ampia, sviluppata attraverso l’introduzione di “The Inevitable Fate of Francis Cobb” e conclusa dal tragico epilogo di “The Hanging of Edward Hope”. Musicalmente Threnodies rappresenta poi la sintesi delle molte anime degli Akem Manah. Doom metal, death-doom, black metal atmosferico, progressive metal e inserti orchestrali convivono all’interno di composizioni lunghe e stratificate. I richiami a gruppi come My Dying Bride, Swallow the Sun, Draconian e Saturnus sono evidenti, mentre alcune costruzioni armoniche possono ricordare gli Opeth più malinconici e introspettivi. Gli archi giocano un ruolo importante nell’economia generale del disco, così come le tastiere e le numerose sovraincisioni che contribuiscono a creare un’atmosfera costantemente sospesa tra elegia funebre e racconto horror. Il problema è che proprio questa ricchezza finisce per trasformarsi nel principale limite dell’album, che sembra animato da un incessante bisogno di dimostrare la propria importanza. Ogni composizione è carica di dettagli, ogni passaggio introduce nuove stratificazioni, ogni atmosfera viene ulteriormente enfatizzata con soluzioni manieristiche. La sensazione è quella di una band che dispone di moltissime idee valide ma che raramente rinuncia a qualcuna di esse in nome dell’essenzialità e, dove gruppi come i My Dying Bride hanno costruito la propria grandezza sulla capacità di colpire con pochi elementi scelti con precisione chirurgica, gli Akem Manah sembrano spesso preferire un accumulo che, a conti fatti, risulta un po’ fine a sé stesso. Il risultato è un disco che non manca certo di qualità, ma che fatica a (far) respirare e la continua ricerca della grandiosità genera un effetto paradossale in cui l’enfasi costante su qualsiasi elemento finisce per appiattire l’impatto emotivo. Dopo un’ora di ascolto si ricordano le atmosfere, si apprezza la cura dei dettagli, si riconosce la competenza compositiva del gruppo, ma pochi momenti riescono davvero a imprimersi nella memoria. Brani come “The End of Earnest Hollow”, “The Sleep of Eve Saldana” e “The Fall of Maximilian Montagne” dimostrano quanto elevato possa essere il livello della scrittura quando la band riesce a trovare un equilibrio tra ambizione e misura, ma rappresentano più l’eccezione che la regola.
In definitiva, Threnodies è un album colto, ambizioso e sicuramente appassionato, realizzato da musicisti di alto livello ed è evidente che dietro queste dieci composizioni esista una visione precisa e una notevole maturità artistica. Tuttavia, gli Akem Manah sembrano talvolta confondere la complessità con la profondità e la solennità con l’intensità emotiva. È un disco che si ammira più di quanto si ami, più interessante che realmente coinvolgente. Un lavoro certamente degno di attenzione, soprattutto per gli appassionati del doom più narrativo e atmosferico, ma che avrebbe tratto enorme beneficio da una maggiore capacità di sottrazione. Perché, come dimostra lo stesso Threnodies, nella musica vale spesso una regola semplice: il troppo stroppia.
(Black Lion Records, 2026)
1. The Inevitable Fate of Francis Cobb (Intro)
2. The End of Earnest Hollow
3. The Mystery of Mosef Mehul
4. The Burning of John Briggs
5. The Journey of Nathaniel Johnson
6. The Undoing of an Unknown (Interlude)
7. The Fall of Maximilian Montagne
8. The Sleep of Eve Saldana
9. The Demise of John Dunn
10. The Hanging of Edward Hope (Outro)


