
Tempo fa scrissi, in un’altra recensione, che lo sludge, al suo apice, dovrebbe essere “colate di catrame e sangue rappreso”. Tronfio di questa definizione, la ripropongo fieramente in relazione a The Colorless Light of Emptiness dei THROES, band proveniente da Boise, Idaho. Per quanto riguarda la proposta, i Nostri si dedicano, come anticipato, a uno sludge cupo e opprimente, con incursioni più che ripetute in territori metallic hardcore. Dal punto di vista tematico, invece, i brani spaziano tra alienazione, sofferenza, disagio esistenziale e una visione profondamente nichilista della condizione umana. Passando alle sensazioni che il disco trasmette, abbiamo cercato di rievocarle di seguito, per dare la possibilità di immedesimarsi il più possibile nell’ascolto.
Quello dei THROES è uno sludge claustrofobico e lurido, che sembra provenire dal fondo di qualche seminterrato allagato dove la luce non arriva più. Ascoltarlo è come aprire gli occhi e scoprire che siamo noi gli ospiti di quel seminterrato, incatenati a una parete. L’album è infatti opprimente oltre misura, toglie fiato e aria ai polmoni, lacera la mente quando si cerca di uscirne. I riff hanno la consistenza del fango, ti si attaccano addosso, appesantiscono ogni movimento e, strato dopo strato, finiscono per trascinarti in un abisso senza luce. Ogni passaggio sembra stringere di una maglia la catena, mentre lo spazio attorno si restringe e quel poco che rimane viene progressivamente inghiottito. Si scalcia, si solleva fango, si annaspa, finché respirare significa ingoiare acqua sporca e gridare significa soltanto ritrovarsi con la bocca piena di terra. È questa la claustrofobia dei THROES: non un muro di suono che ti investe, ma quattro muri che lentamente ma inesorabilmente ti vengono incontro per permetterti di assistere alla tua stessa fine. Dicevamo poi della componente metallic hardcore, che non apre realmente squarci nella cappa sludge ma, semmai, ne modifica la natura. È come se, incatenati e disperati, intravedessimo per un istante una lama di luce provenire dalle scale e, presi dal panico, cominciassimo a scalciare, urlare e scagliarci contro le pareti. La musica acquista allora una fisicità differente: è meno fangosa, forse, ma più brutale, fatta di cemento, ferraglia e denti stretti. Poi quella luce scompare, le catene sono ancora lì e l’acqua continua a salire. Lo sludge è l’agonia lenta, la melma nella gola, l’ultima boccata d’aria prima di perdersi; l’hardcore sono gli spasmi, la reazione violenta e inutile a quella stessa oppressione. Non è un caso che i principali riferimenti siano Converge, Eyehategod e i primissimi Neurosis. Dai primi arriva la violenza isterica e incontrollata; dai secondi il fango, il degrado e quella sensazione di sporco che sembra rimanere sotto la lingua; dai Neurosis degli esordi viene invece recuperata la componente più plumbea e claustrofobica dell’hardcore. Ci abbiamo infine intravisto anche dei tratti riconducibili ai Coalesce, ai Cult Leader e, soprattutto, ai Gaza.
In definitiva, The Colorless Light of Emptiness è fango, ruggine, cemento umido e acqua di fogna che continua a salire mentre le catene ai tuoi polsi diventano sempre più strette. Non sarà il disco che rivoluzionerà il genere, ma è dannatamente bravo nel rendere la permanenza nel suo scantinato un’esperienza miserabile. E quando finalmente i THROES aprono la porta e ti lasciano andare, scopri con un certo disgusto di esserti affezionato al tuo carceriere. Sindrome di Stoccolma, probabilmente. Ti scrolli di dosso il fango, sputi quel che resta della melma e li ringrazi pure. Poi, inspiegabilmente, torni dentro.
(Church Road Records, 2026)
1. Western Violence
2. Revenge Death
3. Joy
4. Eat Glass
5. Ape/Person/Animal/Human
6. Spiritual Debt
7. The Line
8. Pain
9. Beg
10. Basura


