
Quanto dura un respiro? Pochi secondi, pochi attimi, normalmente. Ci sono, invece, respiri che si interrompono e non ci si rende conto che possano rimanere, così, sospesi, anche per dieci anni. Come quello che si è interrotto nel 2016, anno in cui è stato dato alle stampe l’ultimo disco dei Neurosis. Basta, poi, un freddo pomeriggio di marzo per riprendere a respirare. Certo, siamo sopravvissuti, compatibilmente con il tutto che ci circonda siamo riusciti a stare anche bene, eppure e forse senza essere capaci di comprenderlo, siamo rimasti un po’ più soli. Sono tre le frasi che fanno uscire l’aria dai polmoni e nella confusione siamo coscienti di non essere più capaci a riprenderne di nuova. Tre frasi. “We are Neurosis. Aaron Turner is our new bandmate. Our new album “An Undying Love for a Burning World’ is out today”. Siamo confusi, non è chiaro quello che le frasi vogliono dire e, con un automatismo, si va a cercare questo nuovo disco. Sono gli urli che si sovrappongono dell’intro “We Are Torn Inside Open” a riportare tutto alla realtà, forse alla normalità, sia la respirazione che noi. Torniamo a leggere quelle frasi e, quindi, prendiamo coscienza che i Neurosis esistono, sono passati attraverso una dolorosa lacerazione (sappiamo bene cosa è successo in questi dieci anni) ma sono qui, di nuovo qui, ancora qui. E ci sono proprio perché lacerati, scopriremo. Aaron Turner (sì quel Turner, lui) fa parte della band. Infine, la cosa più importante, che deve essere più importante dell’evento stesso, c’è un nuovo disco, il cui titolo, ci sentiamo di affermare, spiega chiaramente il motivo per cui Von Till, Turner, Edwardson, Landis e Roeder suonano, sono qui e fanno uscire un nuovo disco dopo poco meno di dieci anni di rumorosa assenza, dove l’assenza più che vuoto è distanza, è divergenza, “the dissonance is deafening”, assordante: semplicemente, per un eterno amore per un mondo in fiamme. Respiriamo, con regolarità, finalmente. I gesti seguono la ritmica del cuore e dei polmoni e superiamo la soglia che ci permette di entrare in An Undying Love for a Burning World in modo violento, cercando di cogliere tutte le stratificazioni delle urla di Von Till, realizzando, immediatamente, che quell’amore immortale nasce dal dolore della lacerazione e dello strappo.
E la musica? Beh, la musica, che non poteva essere di minore importanza rispetto all’evento, appunto. In certi momenti è furiosa, rabbiosa e la vicinanza ai Neurosis fino a Through Silver in Blood è palpabile. C’è un impeto hardcore che non si nasconde affatto e ugualmente non sono timidi gli inserti ariosi che sembrano richiamare The Eye of Every Storm, guidati da un Noah Landis in reale stato di grazia nell’addomesticare suoni analogici e arpeggiatori. I pezzi hanno una struttura che in certi casi sfiora il progressive e fa piacere ritrovare i passaggi tipicamente ritualistici che assumono tutto un altro senso nel concetto di fondo che sta alla base del disco, perché si avverte un senso di comunione, di una collettività, una comunità sconfitta ma che non si arrende. E si dovrebbe anche rispondere all’interrogativo che tutti si sono fatti e che, non potrebbe essere altrimenti, riguarda Aaron Turner, ossia quanto lui sia “presente” nell’economia delle otto tracce presenti nel disco. La risposta ha avuto bisogno di tempo per maturare, a un primo ascolto sembra evidente quanto la struttura dei brani sia tipicamente Neurosis, per quanto le trame chitarristiche di Turner siano riconoscibili. Poi, però, bisogna conoscerlo bene un disco per cogliere tutto ciò che è nel profondo, un’oscurità dalla quale sembra filtrare un po’ di luce. Sono melodie, accordi, riff che apparentemente portano a un’epifania e si ha l’ardire di affermare che Turner è forse ciò che riesce a tenere uniti i due lembi di pelle strappati, come se fosse il filo che unisce la disperazione al mondo che invece vuole essere sanato. Persino la batteria di Jason Roeder (altro grandissimo protagonista di An Undying Love for a Burning World) sembra incedere con un piglio diverso dal passato. Rimangono il drumming tonante, le parti tribali dove ogni colpo ha un accento diverso dal precedente, eppure in alcuni passaggi la ritmica si fa quadrata, precisa, non potendo non richiamare alla nostra memoria il magnifico operato di Aaron Harris negli Isis. I Neurosis danno quindi prova di grande vitalità, mischiando suoni spaziali à la Van Der Graaf Generator con riff che, partendo dalla rabbia hardcore sfiorano i Black Sabbath (come in “First Red Days”), sembra di sentire il post-punk nella parte centrale di “Last Light” o scomodano persino i Tool come nell’accoppiata di brani “Seething and Scattered” e “Untethered”, dimostrando a questo nostro maledetto mondo in fiamme come chi si erge dal fondo delle proprie ferite riesce, molto spesso, a leggere meglio la realtà che lo circonda e, mai lo avremmo detto per la band di Oakland, a indicarci una strada possibile. Turner con le sue urla in “Last Light”, pezzo che chiude l’album, sembra rispondere a quelle di Von Till che gridava la nostra sofferenza in apertura e, forse, ci fa pensare che è il caso di spendere qualche parola in più rispetto a questa meravigliosa canzone, una suite di più di sedici minuti che ci sconvolge con le sue aperture melodiche, con quella luce che, come ben sappiamo, riesce comunque a passare, perché “c’è una crepa in ogni cosa”. Lacerazione, strappo, ferita, crepa. Eppure proprio da tutto questo un’ultima luce filtra e sembrano quasi tenderci le mani i Neurosis, chiedendoci di stare insieme, di non isolarci. In quel respiro che adesso è ripreso, siamo con gli occhi lucidi drammaticamente sorpresi per il fatto che siano loro, proprio loro, a farlo.
Il mondo è stato un tempo giovane e forte, diceva un poeta che, prevedibilmente, ci tradì. Quel mondo adesso non c’è più, era un mondo che c’era ancora pochi anni fa. I cinque componenti della band sono cambiati, per forza di cose, non sono più giovani eppure danno una prova di forza sorprendente e sconvolgente. Le otto canzoni che compongono An Undying Love for a Burning World si susseguono in una sequenza magistralmente ordinata e ci travolgono nella loro catarsi, nella stessa discesa agli inferi che i Neurosis hanno compiuto fin dalla loro fondazione. Come l’angelo della storia che Benjamin vedeva nell’Angelus Novus di Klee, i Neurosis hanno visto la catastrofe che continua ad accumulare rovine su rovine. Stavolta, però, sembrano esitare nel farsi spingere via dalla tempesta e sono intenzionati a “riparare ciò che è stato distrutto”. No, non è il migliore album dei Neurosis, se è questo che vi chiedete, ognuno ha una parte di sé legata per affetto e memoria agli undici precedenti episodi e sarebbe una violenza dover preferire qualcosa che ancora ha bisogno di tempo per maturare e crescere. An Undying Love for a Burning World è un disco di per sé meraviglioso e noi dobbiamo essere capaci di riconoscere questa meraviglia, questo amore che non muore e soprattutto non vuole morire, per prendere quelle mani che ci vengono tese e diventare un’unica cosa a guarire la catastrofe. We are Neurosis.
(Neurot Recordings, 2026)
1. We Are Torn Wide Open
2. Mirror Deep
3. First Red Rays
4. Blind
5. Seething and Scattered
6. Untethered
7. In the Waiting Hours
8. Last Light


